martedì 12 novembre 2019

La mia New York City Marathon


Introduzione



La maratona di New York è una corsa incredibile. Semplicemente fantastica.

Anzi, più che una corsa è un'enorme, pazzesca festa di strada lunga 42 Km, dove il festeggiato sei proprio tu! È la TUA festa e un'intera città è scesa in strada per celebrarti. Per un giorno tu sei il protagonista, l'eroe osannato da tutti e non verrai lasciato da solo nemmeno per un momento.

Sarai incitato, sostenuto, acclamato incessantemente come una star da un pubblico eccezionale che sembra lì solo per te, e che per poterti applaudire si accalca ai bordi della strada, dal primo all'ultimo chilometro, attraverso quella metropoli straordinaria chiamata New York City.

Per me è stata una scoperta inimmaginabile e un'esperienza indimenticabile. In tutta la mia vita non avevo mai provato nulla del genere. Non ci potevo credere! “Ma è tutto vero?” mi chiedevo. Ho corso con la pelle d'oca e il sorriso stampato sulle labbra, divertendomi come un bambino senza sentire la fatica mentre le gambe giravano leggere e mi sembrava di volare.

È vero che avevo letto parecchi commenti in proposito, ma non ero assolutamente preparato ad una dimostrazione di passione, entusiasmo e coinvolgimento di tali proporzioni.

I racconti degli altri non riusciranno mai a rendere l'idea di quello che ti aspetta, semplicemente perché le parole non possono bastare per descrivere le sensazioni che si provano a correre a New York City la prima domenica di Novembre. È emozione allo stato puro. Si può soltanto viverla.


Eppure anch'io mi accingo a raccontare questa intensa mattinata e a trasmettere le emozioni che ho provato. Perché così almeno le butterò fuori e – per quanto parziali e imprecise – diventeranno parole scritte, nero su bianco a memoria futura, anziché rimanere pensieri inespressi e perdersi nel tempo.

Farò del mio meglio ma sarà sempre il mio punto di vista, per cui se qualcuno di voi l'anno prossimo avrà la fortuna di partecipare a questa magica corsa, sarà anche per lui una scoperta nuova, tutta da raccontare.

Ho scelto di non spezzare il racconto in più puntate – almeno fino all'arrivo della gara – in modo che chi ne ha voglia possa leggerselo tutto d'un fiato (in questo caso mettetevi comodi: mi è venuto un po' lungo 😄).

Seguirà un secondo post con il dopo-gara, un (bel) po' di numeri e i doverosi ringraziamenti.

Ma andiamo con ordine.



Capitolo 1 - Prima della gara



I giorni precedenti


Non mi dilungherò nuovamente sugli infortuni che hanno caratterizzato il mio 2019 e in particolare gli ultimi mesi di preparazione alla maratona. Basta sapere che nonostante il lungo lavoro svolto e i tanti sacrifici, lo stato di forma con cui parto per New York purtroppo non è ottimale.

In più nelle ultime settimane è spuntato un nuovo fastidioso dolore al dorso del piede sinistro (la diagnosi provvisoria è un'infiammazione al retinacolo inferiore degli estensori) che non mi fa stare per niente tranquillo soprattutto se penso che dovrò correrci sopra 42 Km.

Giovedì 31 Ottobre il viaggio Bologna - Malpensa - Brooklyn (JFK) - Manhattan è un vero e proprio odissea.

Ci alziamo da letto giovedì mattina alle 6:00 e riusciamo ad andare a dormire solo alle 23:30 ora locale (le 4:30 di venerdì in Italia) stravolti dalla stanchezza. Massacrante. Dover star fermo per tante ore senza poter muovere le gambe per me è deleterio. Una botta di stanchezza che, per colpa del Parkinson, accuso davvero tanto e che si farà sentire nei giorni successivi.


Il trio “Parkinson” all'aeroporto di Malpensa

Venerdì mattina ad ogni modo per smaltire il cambio di fuso orario e un po' della stanchezza accumulata decido di uscire prima di colazione per una sgambata a Central Park, che si trova giusto a due passi dall'albergo.

Nonostante non sia ancora sorto il sole il parco è già pieno di runner. Mi unisco al flusso e mi godo la natura che mi circonda: i colori autunnali che s'illuminano ai primi raggi del sole, i numerosi specchi d'acqua, gli scoiattoli che si arrampicano sugli alberi.

Poi quando alzo lo sguardo e vedo sullo sfondo gli enormi grattacieli che circondano Central Park mi ricordo di star calpestando uno dei luoghi più famosi al mondo, e – come spesso accade a New York – mi sembra di essere dentro un film.

Peccato che… mi sono perso! Entrando dal lato sud-est volevo salire fino al Jacqueline Kennedy Onassis Reservoir, fare il giro del lago, tornare indietro e uscire a Columbus Circle (lato sud-ovest). Invece esco dal parco e con grande sorpresa scopro di trovarmi… ad Harlem! Ossia esattamente dalla parte opposta, nel lato nord-est del parco: ho sottostimato le dimensioni del lago e anziché fare un giro completo ne ho fatta solo metà.

Fortunatamente sono uscito dall'albergo con la carta di credito in tasca. Passeggio un po' ad Harlem in mezzo ai newyorkesi finché raggiungo la prima stazione della subway sulla 5th Avenue. Compro una metrocard, salgo su un treno e rientro in albergo (con un po' di difficoltà in più perché non mi ricordo l'indirizzo… 😅).

Doccia, colazione e si torna nuovamente a Central Park con tutta la compagnia: c'è lo shooting fotografico legato al progetto #road2newyork del quale ho il privilegio di fare parte.


Foto di gruppo dei partecipanti al progetto #road2newyork 2019

Come sapete infatti la mia partecipazione alla maratona più famosa del mondo (e tutta l'intera trasferta newyorkese) è stata possibile grazie alla lodevole iniziativa del dottor Gabriele Rosa e al lavoro di tutti i collaboratori dello studio Rosa Associati.

Oltre a continuare ad allenare medaglie d'oro e campioni del mondo, Gabriele Rosa si occupa da alcuni anni di un “progetto speciale”: consentire a persone affette da diversi tipi di patologie – ma tutte accomunate dalla stessa volontà di non arrendersi alla malattia e di combatterla ogni giorno con l'attività fisica – di realizzare il sogno più grande: correre la maratona di New York.


Intervista al Dottor Rosa prima della maratona

Lo scopo di questi progetti è proprio quello di dimostrare la tesi che sta più a cuore al dottor Rosa, ossia che il movimento è la migliore terapia (che è poi anche il messaggio di questo blog). Io, Stefano Ghidotti e Alfonso Ruocco formiamo la piccola rappresentanza di parkinsoniani della spedizione.


Già pronti per domenica!

La tappa successiva (obbligatoria) della giornata è il ritiro del pettorale, per cui ci dirigiamo al Javitz Center dove è ospitato l'Expo, a proposito del quale ero già stato messo in guardia: il livello di rumore e confusione all'interno dell'Expo è proporzionale all'importanza della manifestazione e al numero dei partecipanti. Questa è la più importante di tutte e nessun altra può contare un tale volume di iscritti per cui vi lascio immaginare la bolgia tremenda.


L'ingresso dell'Expo

L'idea iniziale era di passarci un po' di tempo, fare un giretto per i numerosi stand, cercare offerte, fare acquisti, raccattare materiale. Ma dopo dieci minuti in quella calca disumana ne ho già abbastanza, mi siedo per terra sconfortato col solo desiderio di scappare da quel luogo il più in fretta possibile.






Il resto del pomeriggio, e in parte anche il giorno successivo, vanno più o meno allo stesso modo, fra un luogo che “non possiamo non vedere” e un negozio dove “non si può non entrare” perché del resto “mica si viene a New York tutti i mesi…”.

Risultato: quasi 50000 (cinquantamila) passi in due giorni (sempre con la famiglia al seguito). 😞

Avevamo comprato anche le metrocard unlimited per spostarci con la subway e camminare il meno possibile mentre facevamo i turisti, ma quelle maledette stazioni della metro ti fregano perché, oltre ad essere piene di scale, ti obbligano a camminare per centinaia di metri sottoterra per passare da un treno all'altro.

Così alla fine nei due giorni precedenti alla maratona trascorsi a New York ho fatto esattamente il contrario di quanto mi ero ripromesso di fare: ho camminato MOLTO più del previsto, ho mangiato MOLTO peggio del solito (vedi foto...), ho dormito MOLTO meno del necessario, e mi sono stancato MOLTO più del dovuto. Inoltre, siccome non ho avuto tempo, non ho fatto né lo stretching, né i massaggi coi rulli, né gli esercizi per le gambe che dovevo fare.


Da Bill's Burger il menù non è esattamente da maratoneti…

Sabato pomeriggio alle tre finalmente rientro in albergo con l'idea di rilassarmi fino a sera e preparare il materiale da indossare e da portare con me il giorno dopo. Ma ho dolori ovunque e una gran stanchezza addosso, mi addormento di brutto e quando mi sveglio è già ora di uscire di nuovo per andare al Pasta Party da Eataly a Downtown Manhattan per cui sono costretto a rimandare i preparativi al rientro.

In definitiva vado a letto a mezzanotte passata. Sono stanco morto, le gambe sono dure e mi fanno male (in particolare i quadricipiti), in più sono nervoso e arrabbiato con me stesso per queste due giornate trascorse in maniera scellerata.


Domenica mattina


Mi sveglio alle 4:00 (per fortuna con un'ora di sonno in più per il cambio dell'ora) tutt'altro che riposato. Tutti i chilometri percorsi a piedi negli ultimi due giorni si fanno ancora sentire e i muscoli delle gambe continuano a darmi parecchi pensieri: sono ancora duri e non li sento per niente freschi come dovrebbero essere prima di una gara.

Impiego più di un'ora a prepararmi. I miei preparativi sono sempre lunghi e complessi, tanto che, per non dimenticare nulla, sono abituato a scrivermi una lista delle cose da fare e a procedere punto per punto in maniera diligente e meticolosa:

  • appena alzato prendo una compressa di levodopa per evitare che la gamba sinistra si blocchi;
  • metto le lenti a contatto;
  • applico un tape a protezione del bicipite femorale sinistro recentemente contratto e uno a sostegno dei tendini estensori del piede sinistro dolorante;
  • massaggio inoltre il piede sinistro con una pomata antiinfiammatoria;
  • sistemo con cura le protezioni in silicone per le dita e le unghie dei piedi (prima o poi scriverò un post che tratta dei problemi ai piedi di un runner parkinsoniano);
  • mi incerotto anche la pianta del piede sinistro per prevenire la formazione di vesciche;
  • mi vesto: pantaloncini corti con short aderenti incorporati, termica a maniche corte, maglietta ufficiale del progetto #road2newyork col mio nome stampato in bella vista sopra il pettorale, polpaccere compressive, orologio GPS e fascetta cardio; vecchi indumenti per mantenermi caldo fino all'ultimo (da buttare poi negli appositi raccoglitori prima del via); sopra a tutto indosso tuta e k-way ufficiali del progetto; completo con cuffia e guanti, senza dimenticarmi ovviamente la cosa più importante: le scarpe;
  • mi infilo in tasca tre gel e un paio di compresse di Sinemet da usare durante la corsa;
  • subito prima di colazione assumo i medicinali dopaminoagonisti e un integratore di sali minerali e vitamina B.

(…tutto questo per coloro che dicono che la corsa è bella perché basta infilarsi le scarpe e partire. Beh, per me NON è così!)

Consumo una prima colazione sbrigativa (il carico di carboidrati l'ho fatto il giorno prima), un ultimo controllo alla sacca con il resto della roba preparata la sera, e alle 5:15 scendo in strada dove c'è già la corriera che mi aspetta.

Salgo sul pullman che mi porta all'imbarco del ferry, che mi porta a Staten Island, dove prendo un altro pullman, col quale finalmente giungo a Fort Wadsworth e – dopo innumerevoli sbarramenti umani, perquisizioni, metal detector e controlli del pettorale – posso entrare nel villaggio assegnatomi (ce ne sono tre, il mio è il blu).

Il panorama dall'imbarco del ferry a Midtown:
il Queensboro Bridge e i grattacieli di Long Island City illuminati dalla luce dell'aurora.
(Onestamente si è visto di peggio…)

Un'altra vista mozzafiato durante la traversata col traghetto:
Liberty Island e Lower Manhattan, con la Freedom Tower che riflette i primi raggi del sole

L'imponente struttura del Verrazzano-Narrows Bridge alle prime luci dell'alba.
Siamo arrivati a Staten Island! (Non vedo l'ora di correrci sopra…)

Ed eccoci finalmente all'ingresso dei villaggi

Il cielo è terso, l'umidità bassissima, c'è poco vento e l'aria è frizzantina. In poche parole giornata spettacolare. Cosa si vuole di più dalla vita?

Anche se molti runner sono stesi sul prato mezzi addormentati, nell'aria si respira già una certa elettricità. Fortunatamente la mia wave è la prima (corral C), così l'attesa non sarà lunghissima (e comunque preferisco sempre avere molto tempo a disposizione prima della partenza per fare tutto con calma).

Alle otto prendo un gel “pre-gara”, mi spalmo l'olio riscaldante e consegno definitivamente la sacca con dentro un cambio, per riaverla poi indietro (molto) dopo il traguardo. Faccio un paio di volte la fila ai bagni, seconda colazione con un ottimo bagel e un po' di corsetta con qualche esercizio di riscaldamento. Infine cerco in mezzo alle migliaia di persone Christian, un amico col quale c'eravamo dati appuntamento, ma purtroppo non riusciamo a beccarci.

Entro nel mio corral prima che mi chiudano fuori, mi libero di tutto il vestiario aggiuntivo e dopo un'altra lunga attesa ci spostiamo ordinatamente ai piedi del ponte di Verrazzano.

Il colpo d'occhio è davvero impressionante e permette di farsi un'idea dell'imponenza della macchina organizzativa, in grado di muovere come un meccanismo perfetto una quantità smisurata di persone senza alcun intoppo.




Migliaia di runner a perdita d'occhio in tutte le direzioni, forze dell'ordine presenti ovunque, personale dell'organizzazione, volontari, fotografi, ecc… Davanti a noi la struttura enorme del ponte che sembra salire verso il cielo e sullo sfondo i grattacieli di Downtown Manhattan illuminati dal sole a chiudere la cartolina.

Visto il mio stato di forma non ottimale, l'idea iniziale è di partire piano e chiuderla entro le 3h20', un ritmo per me teoricamente abbastanza conservativo, con lo scopo di godersela come merita senza pensare troppo al cronometro.



Capitolo 2 - La corsa



Partenza


Ore 9:40: dopo l'inno americano cantato dal vivo, rimbomba il colpo di cannone della prima wave e la marea umana inizia a muoversi andando ritmicamente su e giù.




Io ho già i brividi e come al solito appena si comincia a correre tutte le ansie della vigilia e i mille acciacchi che mi perseguitano in un attimo spariscono, evaporano come se non fossero mai esistiti.

Mi guardo intorno, sono felice di far parte di questo infinito fiume di persone e vengo pervaso da una sensazione di benessere assoluto, di chi non vorrebbe trovarsi in nessun altro luogo e in nessun altro momento e ne è consapevole. Ma è solamente l'inizio.

Sui ponti com'è risaputo non ci sono spettatori per motivi di sicurezza, ma bastano gli altri runner a fare festa per celebrare il momento. Mi godo la compagnia, respiro l'eccitazione di chi mi circonda e ammiro il panorama verso Manhattan (che dà l'impressione di essere troppo distante per arrivarci a piedi!).

Il primo miglio si sale e sarà l'unico che correrò al ritmo stabilito. Già al secondo miglio mi accorgo che le gambe girano da sole ad una velocità molto superiore al previsto. Provo a tirare il freno a mano ma c'è poco da fare, anzi mi sembra quasi di faticare di più se mi sforzo di rallentare.

Boh.. sarà la discesa mi dico.


Welcome to Brooklyn!!!


Poi si entra a Brooklyn e inizia la sarabanda! Il calore del pubblico che ci accoglie è veramente impressionante. Non ero assolutamente preparato a tutto ciò! La gente si sporge dalle transenne, urla e si sbraccia senza fermarsi nemmeno un secondo.

Migliaia di persone assiepate ai lati della strada mi incitano, mi applaudono, mi incoraggiano come se fossi un loro caro amico, gridando, cantando, storpiando il mio nome all'americana, facendo un tifo incredibile con un entusiasmo e una passione davvero encomiabili.

Anche la musica è quasi continua grazie all'alternarsi di band dal vivo di vario genere lungo tutto il percorso.

La strada inizialmente è molto larga; io correrò tutta la gara nella corsia esterna, quella più vicina alla gente. Probabilmente così faccio più strada, ma chi se ne frega, non posso pensare di non nutrirmi di tutte queste emozioni e voglio godermele il più possibile, anzi non capisco come possano gli altri runner non fare tutti lo stesso.

Corro con la pelle d'oca e il sorriso perennemente stampato sulle labbra. Batto un cinque a chiunque me lo chieda, molti gridano il mio nome, è tutto un "Go Edua'do!!", io li indico con la mano e gli sorrido, anzi rido di gusto come da tempo non mi succedeva.


In estasi!

A volte mi diverto ad incitare io il pubblico. Faccio degli urli di gioia, grido "Let's goooooooooooo!!!" mentre apro le braccia e le stendo all'indietro come fanno i bambini quando giocano e si divertono, oppure "Come on Brooklyn!!" alzando e abbassando le braccia per caricare la gente. Di risposta ottengo delle specie di boati che mi fanno salire ancora di più la pelle d'oca.

Molti si sporgono per passarti ogni cosa che pensano possa esserti utile: fazzoletti, bottigliette, frutta, barrette e alimenti di ogni genere. Io spesso li prendo per gentilezza anche se non mi servono, poi magari li restituisco più avanti. A un certo punto uno mi passa una cosa strana, quando ce l'ho in mano la guardo: è una crocchetta di patate!! Ma cosa me ne faccio?? 😂

Altri agitano dei cartelli, alcuni veramente assurdi mi fanno sorridere, tipo "black toenails are sexy" che sembra scritto apposta per me, "you're NOT almost there" al 5°Km (un genio!), oppure "it's the last fucking bridge" uscendo dal Bronx.




In tutto questo a volte mi ricordo che devo anche correre, ma mi accorgo anche che in verità lo sto facendo alla grande. Secondo i piani dovrei tenere un ritmo gara di circa 4:44/Km, invece senza rendermene conto sto marciando ai 4:24/Km! (Che è tutta un'altra cosa).

Può sembrare una condotta di gara sconsiderata (e lo è) ma non me ne frega niente, le gambe girano da sole trascinate dall'entusiasmo della gente, mi sto divertendo un casino e non sento la fatica, per cui non ho voglia di impormi di rallentare, controllare il ritmo e pensare a risparmiare energie.

Mi limito a segnare diligentemente il “lap” ad ogni miglio. Ogni volta che butto un occhio al Garmin leggo previsioni di tempo finale assurde, tra le 3h e le 3h5', ma non ci faccio caso più di tanto. Ci penserò più avanti.

Ad ogni miglio c'è anche un ristoro, e delle due sono addirittura troppi! Si rischia di fermarsi più del necessario, perdere del tempo e bere troppi "sali" che potrebbero anche dar fastidio allo stomaco.

L'unico problema incontrato finora è che, proprio ad un ristoro, vengo urtato involontariamente da dietro da una ragazza (che subito si scusa), mi verso del gatorade in un occhio, mi si muove una lente a contatto e non vedo più niente. Per fortuna riesco a sistemarla, ma tornerà a darmi problemi più avanti.

Per i primi chilometri si corre lungo un rettilineo infinito che taglia l'estremità ovest di Brooklyn da sud a nord e termina con uno strano grattacielo con la parte superiore a torre e in cima un gigantesco orologio e una cupola.

Poi inizia una serie di curve, la strada si restringe, ed è qui che tutto l'entusiasmo di Brooklyn esplode ad un livello tale che onestamente faccio fatica a descrivere.

Il rumore è assordante, la gente assiepata ai lati tracima nella strada formando due muri umani e uno stretto corridoio in cui correre che ricorda le tappe di montagna al giro d'Italia. Tutti si sporgono e urlano ancora più forte, vogliono essere in prima fila per poterti incitare sempre di più. Alcune band suonano a tutto volume accrescendo l'incredibile frastuono.

Io rimango letteralmente di stucco. Ma 'sta roba qui è tutta vera? Il pubblico mi trasmette una carica tale che mi sento in grado di spiccare il volo!

Ormai l'emozione per me è assolutamente fuori controllo. Continuo a correre estasiato, come in un sogno, con gli occhi umidi e un sorriso stampato da un'orecchio all'altro. Mi vien quasi voglia di fermarmi ad abbracciare qualcuno.

Butto un'occhio all'orologio e rimango ancora più incredulo: ho già corso 15 Km! E chi se n'è accorto? L'energia che mi trasmette la folla in delirio è tale che mi sembra di essere appena partito!


Dal Queens a Manhattan


All'inizio del Pulaski Bridge c'è il “traguardo” della mezza maratona, ma sinceramente non ci faccio proprio caso: l'unico mio desiderio è quello di superare il ponte per poter ritornare in mezzo alla gente.

Una volta scesi si entra nel Queens (“Welcome to Queens!” si sente gridare e si legge in molti cartelli, tanto per togliersi ogni dubbio). Io mi rimetto subito a correre ai lati della strada, tornata di nuovo larghissima e ricomincio a divertirmi col pubblico.

Ma dura poco, una manciata di chilometri e già incombe su di noi la sagoma del secondo ponte più impegnativo del percorso, il Queensboro che ci porterà dritti a Manhattan.

Improvvisamente ci si ritrova a correre in un silenzio surreale, dentro una specie di galleria in penombra (siamo al piano inferiore del ponte).




Gli unici rumori che sento sono il mio respiro e i passi dei runner che mi circondano. Nel lato in cui mi trovo io si gode però una vista spettacolare sui grattacieli più famosi di Manhattan.

Siamo già al 25°Km! Approfitto dunque della calma improvvisa per fare un check della situazione e concentrarmi un po' sulla corsa.

Adesso i quadricipiti cominciano a farmi male sul serio. Tutti i chilometri camminati negli ultimi giorni stanno chiedendo il conto ed è piuttosto salato. Ma c'è poco da fare, dovrò portarmeli dietro fino al traguardo. Insieme al dolore al dorso del piede sinistro, il bicipite femorale reduce da una contrattura, un'enorme vescica che si sta formando sulla pianta del piede (sempre il sinistro), le ferite che stanno spuntando puntuali sulle punte delle dita di entrambi i piedi a causa dello sfregamento con le scarpe, e i dolori ai polpacci, anch'essi piuttosto incavolati e maldisposti a proseguire.

Oltre naturalmente al Parkinson. Mi accorgo di aver saltato la seconda presa di mezza pastiglia prevista intorno al 20°Km, ma decido di non prenderla affatto; sento di non averne bisogno: per una volta, grazie al sostegno continuo della gente e agli effetti della corsa, la dopamina non mi manca.

Comincio dunque a pensare un po' alla corsa e per la prima volta mi rendo conto che il sub 3h10' – che alla vigilia sembrava impensabile – sembra essere a portata di mano! Anzi, ho anche un margine di alcuni minuti da potermi gestire nella seconda parte di gara.

Poi però man mano che si scende dal ponte si inizia a sentire un brusio lontano che aumenta progressivamente di intensità, fino a diventare un rumore sordo che invade tutta la galleria. E a me ricominciano già a salirmi i brividi…

Si entra a Manhattan in mezzo ad un boato assordante. Qui il tifo e l'eccitazione della gente sembrano ancora più intensi di prima e il livello dell'emozione che mi trasmettono ormai è completamente fuori scala. Le sensazioni che si provano in questo punto sono ancora una volta difficili da rendere a parole. Io dimentico subito tutto e mi rimetto ad interagire col pubblico e a nutrirmi della sua energia.


Welcome to Manhattan!

Oltretutto qui siamo a Manhattan e, una volta imboccata la 1st Avenue, anche il contesto in cui ci troviamo contribuisce a rendere la corsa estremamente leggera e piacevole. Difficile rimanere indifferenti.


A passeggio per la 1st Avenue

Come se non bastasse al 29°Km mi aspettano poi moglie e figlia con un cartello "Go Papà". Mi fermo ad abbracciarle e baciarle entrambe, grido “È bellissimo!” e riparto ancora più carico di prima.




The Bronx e Harlem


Le cose iniziano a cambiare una volta entrati nel Bronx (al 33° Km circa).

I numerosi cartelli con scritto "No Wall!" mi fanno sorridere, anche se qui il pubblico è più diradato; io comincio a fare seriamente fatica e devo sforzarmi per convincere le gambe ad andare avanti a correre e a mantenere il ritmo.


Nessuno ha mai detto che correre una maratona sia facile!

Addirittura, per raccogliere ogni aiuto possibile, metto in bocca un pezzettino di banana che mi viene offerto al volo, cosa che normalmente non faccio mai mentre corro, per paura di accusare fastidio allo stomaco. In effetti ci metto un po' prima di riuscire a mandarla giù!

Ma è soprattutto quando si rientra ad Harlem che mi accorgo che la benzina è finita e che sto inesorabilmente rallentando.

Cerco di caricarmi continuando a correre vicino al pubblico che non smette mai di incitare, ma ormai la spia della riserva è già accesa da un pezzo e le energie sono al lumicino. Oltretutto l'ultima parte di gara è molto “nervosa”, “muscolare”, tutta in saliscendi, e i miei muscoli sono un po' alla frutta.


5th Avenue… tostissima!

La lunga salita della 5th Avenue al 38°Km mi mette duramente alla prova. La frequenza cardiaca è ancora ampiamente sotto controllo, ma i muscoli delle gambe sembrano non volerne più sapere e mi costringono a rallentare ulteriormente l'andatura.

Supero comunque parecchi runner; molti addirittura camminano, nonostante il pubblico continui a non far mancare il suo supporto: “Keep going!”, “You're almost there!” (questa volta per davvero).

Per fortuna so che all'incrocio con la 95ma strada mi aspettano di nuovo moglie e figlia e questo mi dà la spinta per andare avanti.


Central Park e l'arrivo



L'ingresso a Central Park. Comincio ad essere un po' stanchino!

Ma inaspettatamente è il tratto successivo quello che soffro di più, cioè dentro Central Park, anche se in teoria dovrebbe essere meno impegnativo per la presenza di alcune discese (che poi per i quadricipiti è peggio).


Su e giù per i viali di Central Park

Il tempo finale previsto ora balla a cavallo delle 3h10', ma arrivato a questo punto ci tengo a strappare questo risultato inatteso, per cui non posso più permettermi distrazioni: di testa sono ancora lucido e non ho nessuna intenzione di mollare ora. Mi sembrerebbe quasi di tradire questo pubblico meraviglioso!

So che prima dell'arrivo bisognerà uscire dal parco per poi rientrarci, ma mi sembra che questo tratto non finisca più (in effetti sono quasi 3 Km di parco e tutti maledettamente ondulati!).


Il momento di massima crisi

Come se non bastasse, è qui che mi si sposta di nuovo la lente a contatto, provo a rimetterla a posto ma esce fuori del tutto e casca per terra, per cui da questo momento ci vedrò poco e farò fatica anche a leggere i tempi sul GPS.


25° miglio. 2 Km al traguardo.

Quando finalmente si esce da Central Park è iniziato il 42°Km. Ormai ho il pilota automatico: continuo a correre sempre vicino al pubblico in modalità risparmio energetico senza pensare a niente, passo dopo passo, respiro dopo respiro, e in qualche modo riesco a tenere il ritmo nonostante tutto.


Sforzo estremo, fatica, sofferenza, determinazione, commozione profonda, gioia incontenibile…
In questa foto c'è TUTTO

Lentamente torna a spuntarmi in faccia il sorriso. Questa volta l'emozione mi sale da dentro anziché venire da fuori. Siamo all'ultimo chilometro, sento che ormai niente mi impedirà di arrivare al traguardo, nemmeno i 400 metri finali in salita una volta che si è svoltato a Columbus Circle e si rientra a Central Park.

Qui, oltre a tutto il resto, mi attendono anche le tribune zeppe di persone che fanno il tifo. Il sostegno e il calore del pubblico mi raggiungono nuovamente e la spinta che mi dà mi permette anche un minimo di sprint finale che mi consente di chiudere pochi secondi sotto le 3h10'!










Obiettivo raggiunto!!

La soddisfazione per il risultato finale conseguito (3h09'54", nuovo PB, 100° italiano, 1° bolognese) si somma alla gioia per tutte le incredibili emozioni vissute in questi 42 Km e, nonostante la stanchezza e lo sfinimento fisico, mi sento letteralmente al settimo cielo.


Missione compiuta

E per una volta è bastato l'incitamento di questa città unica al mondo a donarmi tutta la dopamina di cui avevo bisogno per vincere la mia lotta quotidiana contro la malattia di Parkinson. E a farmi raggiungere un obiettivo che, viste le premesse della vigilia, sembrava inimmaginabile.

Ora anch'io so cos'è veramente la maratona di New York e capisco perché chi la corre poi vuole tornarci ancora e ancora: io se potessi rifarei tutto dall'inizio anche subito! 😉

Grazie New York, non ti dimenticherò mai. ❤


Let's goooooooooooo!!! 👍👍👍


Nessun commento: