sabato 30 novembre 2019

La mia New York City Marathon (seconda parte)


← qui la prima parte del racconto


Capitolo 3 - Dopo la gara





Dopo il traguardo



Nella prima parte ho giustamente sottolineato la perfetta efficienza organizzativa della Maratona di New York sotto praticamente tutti i punti di vista. C'è un unico aspetto a mio avviso migliorabile ossia la gestione delle migliaia di finisher dopo l'arrivo.

Una volta tagliato il traguardo ti viene subito messa al collo la tanto agognata medaglia, ti fanno un paio di foto se lo desideri, ti coprono con una mantellina leggera e ti consegnano una sacca con dei generi alimentari (non c'è un “ristoro finale”, risulterebbe decisamente troppo affollato!). E fin qui tutto perfetto.

A quel punto mi sarebbe piaciuto fermarmi un attimo per riprendere fiato, fare un po' di stretching, magari anche sedermi un minuto. E soprattutto che mi fosse restituita il prima possibile la mia borsa, quella che avevo consegnato prima della partenza, in modo da poter indossare abiti asciutti e potermi ritemprare col “beverone” che mi ero accuratamente preparato.

Invece non solo non ci si può fermare, ma per riavere la borsa e poter uscire fuori dalla zona di Central Park transennata e riservata ai runner (per ragioni di sicurezza), bisogna camminare per più di un miglio! (Io ci ho messo oltre 20 minuti).

Vengo pertanto invitato ad incamminarmi alla svelta per percorrere questo “curioso” tragitto supplementare. Mentre “passeggio” (più che altro mi trascino) per i viali di Central Park mi accorgo di essere controllato costantemente da volontari e personale addetto alla sicurezza, che tra un "Good Job!" e un "You done it!" si assicurano che non mi venga in mente di fare una sosta prima di aver raggiunto l'uscita, nonché scrutato dall'occhio esperto degli addetti al primo soccorso, pronti a cogliere ogni minimo indizio di cedimento fisico (che in verità, visto lo sforzo aggiuntivo al quale vieni sottoposto, sarebbe più che plausibile).

Dopo un po' di tempo che camminavo, da solo, stanco, sudato e infreddolito, ho cominciato a chiedere ai volontari dov'era la mia borsa, ma la risposta era più o meno sempre la stessa: “più avanti”. A un certo punto la situazione mi sembrava talmente surreale che ho cominciato a cantare “Where is my bag…” sul tema di “Where is the Love” dei Black Eyed Peas!

Finalmente raggiungo la zona adibita a deposito borse per i pettorali che vanno da 7000 a 8000 e posso fermarmi e rifocillarmi. Quindi mi cambio, esco dall'area off-limits e posso godermi l'abbraccio di moglie e figlia che mi fanno un sacco di feste.

Poi nel tragitto tra la stazione della metro e l'albergo ci fiondiamo dentro al primo ristorante che incontriamo per ripristinare il livello dei carboidrati, peccato che sia… un McDonald! Non proprio il massimo ma ho fame e non ho certo voglia di mettermi a fare lo schizzinoso!

Il resto del pomeriggio lo passo collassato a letto e la sera si festeggia a cena in un ottimo ristorante italiano a Midtown con Gabriele Rosa e tutto il gruppo di maratoneti (medagliati) e accompagnatori.

Si brinderà insieme al successo dei partecipanti (tutti finisher) e del progetto fortemente voluto dal Dottor Rosa. Il quale, vedendoci ridere e scherzare allegri e soddisfatti, non potrà fare a meno di sottolineare l'ennesima dimostrazione del tema che gli sta più a cuore, ossia che “Il movimento è la migliore terapia!”.


I giorni successivi



Lunedì l'imbarco per il volo di rientro in Italia è previsto solamente in tarda serata, per cui decidiamo di sfruttare il tempo a disposizione per riprendere a fare i turisti. Mi tocca dunque ricominciare a camminare, questa volta su e giù per le scale dell'American Museum of Natural History, come se di chilometri non ne avessi già fatti abbastanza.

L'aspetto positivo è che il giorno dopo la maratona a New York è il “Medal Monday” (bisogna ammettere che in certe cose gli americani sono imbattibili) e passeggiando per la “Grande Mela” con la medaglia al collo spesso capita di ricevere i complimenti da parte dei newyorchesi che incroci per strada.


Una volta rientrato a Bologna impiegherò diversi giorni per smaltire tutta la stanchezza accumulata, non soltanto a causa della gara, ma durante tutta l'intera trasferta newyorchese, vissuta nel complesso in maniera decisamente troppo impegnativa per il mio fisico.

Man mano che la malattia di Parkinson prosegue nel suo decorso sento che le mie capacità di sostenere certi ritmi di vita stanno progressivamente calando, mentre i tempi di recupero necessari per smaltire la fatica aumentano inesorabilmente.

Dovrò abituarmici e tenerne conto nei miei piani futuri, sfoltendo gli impegni – sia fisici che mentali – delle mie giornate e concedendomi maggiore riposo per recuperare, senza mai dimenticarmi di ascoltare i segnali che mi manda il corpo e di rispettare le sue esigenze.

Inoltre da New York mi porto dietro troppi piccoli e grandi acciacchi (quasi tutti al piede sinistro) che mi creano ulteriore difficoltà nei movimenti e accrescono la sensazione di fragilità fisica.

L'infiammazione agli estensori in particolare, trascorse ormai più di tre settimane dal rientro, mi sta dando ancora noia e mi impedisce di riprendere a correre con continuità come vorrei.

Per fortuna, nonostante le difficoltà fisiche, alcune gradite sorprese hanno reso comunque assai piacevoli i giorni successivi.

La prima me l'hanno riservata i miei colleghi di lavoro: al mio rientro in ufficio mi hanno accolto con un grande applauso, mi hanno fatto un sacco di feste e di complimenti e addirittura avevano organizzato un piccolo rinfresco in mio onore con tanto di spumante per brindare insieme al mio successo!


La “Cheer Card” che mi avevano fatto i colleghi


Poi per forza uno si commuove!

Lo stesso giorno, da questo articolo sul sito del Carlino Bologna (qui il trafiletto pubblicato sulla versione cartacea), scopro di essere stato addirittura il più veloce fra i partecipanti bolognesi all'edizione 2019 della New York City Marathon! (Si vede che quelli forti non c'erano…)

La settimana dopo vengo contattato dallo stesso giornalista (Alessandro Gallo) che vorrebbe intervistarmi per raccontare la mia storia. Ne verrà fuori questo articolo bellissimo (almeno per me) pubblicato il 21 Novembre sul Resto del Carlino di Bologna.



Epilogo



Anche se New York è stata solamente la mia seconda prova sulla distanza, c'è una cosa che sento di poter affermare con la massima convinzione possibile:

Io adoro correre la maratona.

Quella sensazione di pace e benessere che mi assale pochi metri dopo la partenza delle competizioni su lunga distanza (diciamo dalla “mezza” in su, ma sui 42 Km il godimento raddoppia) e mi accompagna fino al traguardo, non può più essere ignorata.

Quando finalmente inizia la gara e dopo mesi di preparazione e di attesa mi immergo nel flusso dei runner, oltre a provare un forte senso di appartenenza, improvvisamente mi sento pervaso da una sconosciuta autenticità.

Sento di essere nel mio mondo e di stare facendo, per una volta, esattamente ciò che amo fare, che ho scelto liberamente, da solo, per soddisfare unicamente me stesso e nessun altro.

Mi sembra quasi di scoprire per la prima volta cosa significhi vivere la propria passione più vera e mi rendo conto di non averlo mai fatto e che è una vita intera che la stavo cercando.

La maratona è un lungo viaggio solitario dentro me stesso, escono allo scoperto tutti i miei limiti, le mie debolezze, ma anche la mia forza interiore e tutte le qualità dimenticate che mi caratterizzano nel profondo e che mi rendono ciò che sono.

La maratona è in grado di rimuove tutti i miei strati superficiali; quando corro per 42 Km entro in contatto con la mia essenza più intima, non posso più fingere, non c'è spazio per le apparenze. Ha il potere di farmi riscoprire – e alla fine anche accettare – chi sono veramente.

Dopo averla cercata vagando smarrito per quarant'anni, sulla linea del traguardo che segna la fine del viaggio mi accorgo di aver trovato la verità su me stesso e sulla mia storia personale.

In quel momento, finalmente, mi sento a casa.






Appendice 1 - Strumenti



Riporto la lista di tutta l'attrezzatura e l'abbigliamento utilizzato in gara, come ho già fatto dopo la Maratona di Verona (e direi che da allora mi sono decisamente evoluto):
  • Orologio GPS Garmin Forerunner 935 con installata l'app Race Screen (molto utile).
  • Fascia cardio da braccio Polar OH1 con sensore ottico (finalmente quest'anno ho avuto rilevazioni attendibili).
  • Maglia termica seamless (manica corta) Diadora “Hidden Power” Adv (fantastica!).
  • T-shirt tecnica ufficiale del progetto #roadtonewyork Rosa Associati.
  • Short Under Armour Qualifier Speedpocket 2-in-1 (veramente comodi).
  • Calzettini X-Bionic e polpaccere Danish Endurance.
  • Scarpe Nike Vaporfly 4% Flyknit.
    Ebbene sì, trovato in sconto l'ultimo paio del mio numero, non potevo farmele scappare e così alla fine anch'io ho ceduto alla tentazione di correre con le scarpe del #breaking2 originale.
    Il giudizio può essere uno solo: “una figata pazzesca!”. L'intersuola in Zoom X super ammortizzata ti stanca meno le gambe e la piastra in carbonio ti aiuta in fase di spinta, anche ai miei ritmi non certo da top runner e col mio appoggio non proprio da manuale.
    L'unico problema è che dopo circa 20 Km iniziano a darmi fastidio sotto la pianta del piede sinistro fino a procurarmi un'enorme vescica. Solo a sinistra, tanto che ho il sospetto che si tratti di un difetto di produzione.



Appendice 2 - Numeri



Di seguito tutti i dati, i numeri e le statistiche che sono riuscito a raccogliere sulla mia corsa.

Iniziamo con la bella mail di congratulazioni che mi è arrivata dalla TCS New York City Marathon l'8 Novembre:




Ecco tutti i tempi della mia gara (click per ingrandire). Come si vede nella penultima colonna ho corso la seconda metà due minuti e mezzo più lenta della prima:




Un grafico con gli andamenti del passo tenuto durante la gara e del passo corretto sulla base della diversa pendenza del tracciato (rilevamenti del tempo ad ogni miglio):




Il video relive della mia maratona (merita!):




La mia gara su Strava (mai ricevuti tanti Kudos!):




Un'ultima nota per chi sostiene che questa non è una maratona veloce, “da tempo”:

È vero, c'è parecchio dislivello (circa 280 metri D+), ma io penso che nella valutazione bisogna tener conto anche della spinta che ti dà il pubblico, che è una caratteristica unica di questa corsa, o per lo meno è maggiore rispetto ad altrove.

Lo so che si tratta di un aiuto soggettivo e magari c'è qualcuno a cui non gliene importa nulla (mentre il dislivello ovviamente è oggettivo). Però io sono convinto che se ad esempio avessi corso una maratona completamente piatta da solo in mezzo alla nebbia della bassa padana, non sarei mai riuscito a raggiungere questo risultato!



Ringraziamenti



Al Dott. Gabriele Rosa e a tutto lo staff della Rosa Associati che hanno reso possibile tutto questo; in particolare Mariella che ha organizzato l'intera trasferta newyorchese e coach Huber Rossi che ha seguito la mia preparazione alla maratona.

Al mio fisioterapista Roberto Tedeschi che ogni volta riesce in qualche modo a rimettermi in pista.

Ai miei colleghi e a tutti gli amici che mi hanno incoraggiato prima della partenza e a chi mi ha seguito live sull'app durante la gara.

Alle centinaia di persone che mi hanno fatto i complimenti con una chiamata, un messaggio o sui social network.

Alla mia famiglia. Già dover star dietro ad un runner parkinsoniano non deve essere facile. Poi da quando ho scoperto che mi piacciono le maratone mi rendo conto che l'organizzazione quotidiana è diventata ancora più incasinata. Ma non una volta è successo che mi sia stato fatto pesare qualcosa. ❤




A tutti voi che, se siete arrivati fino a qui, significa che vi siete sorbiti per intero i miei due pipponi. Spero di essere riuscito a trasmettervi lo stato d'animo col quale ho vissuto questa straordinaria esperienza e a farvi correre al mio fianco per qualche miglio, anche solo con la fantasia.

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