lunedì 22 ottobre 2018

#road2verona - Lacrime di gioia

“Diventa amico del dolore, e non sarai mai solo”
Ken Chlouber


Dopo questo post in cui sottolineavo l'importanza della motivazione per portare avanti con successo la preparazione per una maratona, c'è chi giustamente mi ha chiesto quali siano queste motivazioni che mi spingono ad alzarmi alle cinque di mattina per andare a “fare della fatica”.

Già, perché lo faccio?

Perché – non ci prendiamo in giro – alzarsi da letto alle cinque, uscire in strada e cominciare a correre costa fatica. Macinare chilometri e chilometri incessantemente ogni settimana costa fatica. Spingere al massimo il proprio corpo, mettere alla prova la propria resistenza fisica e mentale per spostare di volta in volta un po’ più in alto i propri limiti costa molta fatica.

E la fatica è sofferenza. Mentre faccio le ripetute sto soffrendo, niente di più niente di meno. Non vedo l'ora di completare l'allenamento per smettere finalmente di correre e cessare il supplizio.

Si tratta inoltre di una sofferenza auto-imposta, scelta e affrontata liberamente, quindi richiede una determinazione mentale ancora più grande rispetto a quando siamo in qualche modo costretti.

L'altra sera, ad esempio, anziché rilassarmi dopo una giornata pesante al lavoro, ho scelto di vestirmi e uscire per una sessione di 16 Km di ripetute sotto la pioggia che mi ha fatto sputare sull'asfalto “lacrime sudore e sangue” (metaforicamente parlando).

Ma chi me lo fa fare?

E come me migliaia di persone si auto-infliggono quotidianamente le stesse sofferenze, sobbarcandosi carichi di lavoro spesso al limite della sopportazione, con l'unico scopo di fare abbastanza fatica per riuscire a farne ancora un po’ di più la volta dopo.

Perché lo fanno?

Forse per stare meglio fisicamente? Può darsi. Sicuramente la corsa apporta notevoli benefici alla salute!

Oppure desiderano modellare il proprio corpo, magari per buttare giù un po’ di pancetta.

O forse per scaricare lo stress, per il piacere di isolarsi per un'ora con se stessi sentendosi bene. Per godere dell'effetto delle endorfine scatenate nel sangue dall'attività aerobica.

Certo queste possono essere ottime ragioni per correre; ma per ottenere tutto ciò basterebbe qualche ora di jogging alla settimana, mentre qui stiamo parlando di allenarsi duramente per correre una maratona al massimo delle proprie possibilità; prendersi l'impegno di sopportare almeno tre mesi di sacrifici per essere in grado di affrontare almeno tre ore di sofferenza continuativa.

Per non parlare del tempo che viene sottratto ad altre attività più piacevoli, o quantomeno più remunerative.

Già, perché alla fine del viaggio non ci sarà alcun premio, né avremo ottenuto alcun vantaggio economico. Nemmeno le nostre prestazioni – per quanto possiamo essere veloci – risulteranno degne di nota. Non siamo professionisti, per cui tutt'al più ci verrà messa al collo una medaglia di partecipazione.

Ma allora quali motivazioni nascoste possono spingerci ad affrontare, anzi a scegliere liberamente un impegno così oneroso?

Forse lo si fa per attirare su di sé l'ammirazione degli altri, o, meglio ancora, per dimostrare a se stessi di potercela fare, che in fondo c'è qualcosa che sappiamo e possiamo realizzare anche noi, tutto da soli, contando unicamente sulle nostre forze.

L’esito della gara infatti dipende solamente da noi, dall'impegno profuso negli ultimi mesi, e il risultato finale sarà tutto nostro, ce lo saremo costruiti da soli e ne potremo rivendicare pienamente il merito.

Alcuni se ottengono un determinato risultato sentono accrescere il proprio valore, non solo come atleta, ma anche come persona. Raggiungere l'obbiettivo prefissato per il quale si è sudato tanto è indubbiamente un'iniezione di autostima potente e preziosa.

Di più: scegliere di correre una maratona, pianificare seriamente i mesi di preparazione consapevoli delle difficoltà che essa comporta, significa abituare la nostra mente a “pensare in grande” per noi stessi, senza sopravvalutarci ma senza neppure sminuire le nostre capacità e le nostre possibilità come esseri umani.

E ancora: la corsa può rappresentare anche una forma di riscossa positiva dalle ingiustizie e dalle amarezze della vita, un riscatto non solo dai soprusi e dalle delusioni che sopportiamo ogni giorno, ma anche dalle nostre difficoltà e incapacità personali. Un ambito esclusivo nel quale impegnandoci otteniamo dei risultati, piccola isola felice in un mare di impotenza, frustrazioni e sconfitte.

O forse semplicemente abbiamo bisogno di sudare e faticare per sentirci vivi; di affrontare difficoltà sempre maggiori, di raggiungere i nostri limiti e superarli per essere pienamente soddisfatti di noi stessi.

Viste dall'esterno queste sembrerebbero tutte valide ragioni per spingere diverse persone a lottare caparbiamente ogni giorno per migliorarsi. E in parte sicuramente lo sono. Anzi, probabilmente per molti lo sono del tutto e la ricerca delle loro motivazioni termina qui.

Ma per quanto mi riguarda, analizzandole dall'interno, garantisco che non reggono fino in fondo. O, almeno nel mio caso, non bastano da sole a giustificare la forza di volontà e la passione con cui scelgo di affrontare ogni settimana prove durissime, non solo per alcuni mesi, ma per tutta una vita, almeno finché il fisico me lo consentirà.

No, ci deve essere sotto qualcosa di più profondo, ne sono fermamente convinto.

Ci ho meditato a lungo, e in effetti questo articolo mi è costato parecchia fatica e diverse notti insonni (come se non bastassero gli allenamenti…).

Ma penso che sia importante andare fino in fondo alla questione, anche solo per me stesso, per riscoprire e comprendere razionalmente, oltre che a livello emotivo, le ragioni per cui amo la corsa di resistenza. E potermele ricordare nei momenti di crisi e sconforto.

Sottolineo dunque il fatto che quanto segue vale per me. Altri sceglieranno di affrontare sacrifici e fatiche anche maggiori delle mie spinti da motivazioni diverse, che magari neanche immagino.


Parto da una considerazione:

C'è una quantità enorme di sofferenza nella vita di molte persone.

Mi guardo intorno e vedo ovunque gente colpita duramente da gravi ingiustizie, che ogni giorno si affanna sopportando pesi enormi che solo loro conoscono e comprendono pienamente.

Per sopravvivere di fronte a queste prove spesso facciamo di tutto per allontanare da noi il dolore e la sofferenza; perché la sopportazione umana ha un limite e a volte diventa troppo difficile andare avanti, resistere nonostante tutto.

Ora mi è più chiaro quello che faccio da diversi anni, attraverso le sessioni di allenamento più faticose, che sto facendo ancora più intensamente negli ultimi mesi, e – se tutto va bene – che porterò all'apice la mattina del 18 Novembre.

Semplicemente, di mia spontanea volontà, uscirò di casa e andrò ad affrontare la fatica e il dolore che mi sono scelto. Deciderò di andare incontro gratuitamente alla sofferenza – almeno a un tipo di sofferenza – di guardarla in faccia, sfidarla, combatterla e sconfiggerla, per poi rifarlo nuovamente da capo, ancora e ancora.

Ogni volta cercherò di correre più velocemente per poter affrontare e superare una sofferenza più grande.

Oppure fallirò nel tentativo, così avrò l'opportunità di vivere pienamente anche l'amarezza della sconfitta, e poi mi sforzerò di ritentare.

Non voglio più fuggire di fronte a fatica, dolore e patimento. Anzi li scelgo, voglio che diventino miei compagni di viaggio, voglio abituarmi alla loro presenza, imparare ad accettarli e a conoscerli, elaborarli dentro di me e diventare forte abbastanza da essere in grado di portarli con me fino al traguardo.

Certo, anche dopo aver superato la prova, il dolore farà ancora paura, però farà un po’ meno paura, perché mi sono costruito gli strumenti per conviverci e sono stato in grado di attraversarlo fino in fondo senza fuggire, ossia senza smettere di correre, e magari senza nemmeno calare il ritmo, fino alla fine.

Imparare a non scappare davanti alle difficoltà e al dolore, ed essere consapevole del fatto che sono in grado di tenergli testa. Questo è il premio finale che mi porterò a casa.


In definitiva, penso che correre la maratona al meglio delle nostre possibilità ci permetta di vivere più pienamente la nostra vita, in ogni suo aspetto, e di sviluppare le capacità per affrontare ogni giornata più serenamente.

Questo viaggio lungo dodici settimane mi serve per diventare una persona migliore e forse persino più felice.

Per cui non dubitate: le lacrime versate sull'asfalto l'altra sera assieme al sudore, dopo aver vinto la mia battaglia giornaliera, erano lacrime di gioia.




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