sabato 24 novembre 2018

La prima maratona non si scorda mai (seconda parte)


← qui la prima parte del racconto

Superato l'arco della partenza, prendo subito contatto visivo coi pacers delle 3h20' e – senza fretta – cerco di mettermi in scia.

Ma i primi Km sono una baraonda mai vista (oltre ai 2500 della maratona ci sono anche i 3000 della mezza), non riesco quasi a correre, devo fare continuamente attenzione a non urtare nessuno davanti e non venire calpestato da quelli dietro.


Scatenate l'inferno!


Per evitare di andare avanti così fino al 21° Km decido di posizionarmi 5 metri davanti alla linea dei pacers in modo da non essere costretto ogni volta a chiedere permesso per cambiare traiettoria, e al contempo usufruire del loro prezioso servizio che mi sgrava dalla preoccupazione di controllare costantemente l'andatura (fra l'altro come al solito il GPS del mio Polar sbarella di brutto…).


3° Km: l'inizio del primo tratto di 7 Km lungo l'Adige. Onestamente ho visto di peggio!


E qui permettetemi di ringraziare i tre Pacers che (almeno finché ero con loro) hanno svolto davvero un ottimo lavoro. Sempre in formazione compatta, Cristian (col quale ho avuto il piacere di scambiare anche due chiacchiere sia mentre andavamo che all'arrivo) e Paolo alle ali, Fabrizio regista centrale che non ha smesso nemmeno per un secondo di caricare tutto il gruppo con grida di incoraggiamento e consigli. Veramente dei metronomi, complimenti!


4° Km: in mezzo alla bolgia. Ma siamo solo all'inizio.


Rimango con loro per quasi tutta la prima metà di gara senza registrare particolari problemi. Mi godo la giornata spettacolare e il percorso molto scorrevole e anche parecchio remunerativo, soprattutto nei tratti lungo l'Adige.

Mantengo un rapporto cadenza/respiro 2-2 costante e la frequenza cardiaca è stabile, poco sopra i 150 battiti/min. Vivo l'attesa.


7° Km: sempre 5 metri davanti ai Pacers (palloncini bianchi).


Come nelle precedenti occasioni in cui ho corso degli over 30 Km, la mia maggiore preoccupazione è riuscire a rispettare il programma stabilito, che prevede un Sinemet al ristoro del 10° Km ed un altro mezzo al 20°.

Inoltre mi sono riproposto di idratarmi a tutti i ristori (compresi quelli al 5° e al 40°) prima con acqua e poi con integratori, e di assumere gel poco prima del 15°, 25° e 35° Km.

Il Parkinson ad ogni modo non mi darà noia tranne che per un po' di rigidità alle braccia, soprattutto negli ultimi Km.


19° Km: c'è ancora un bel fitto!


Tutto sembra girare per il meglio, anche il mio tendine destro infiammato si è lamentato solo un po' all'inizio e poi più. Cresce dentro di me la sensazione che sia la giornata giusta per realizzare grandi imprese.

Una volta superato il ristoro del 20° e dunque finalmente libero dal pensiero dei farmaci, decido che è giunto il momento di abbandonare gli indugi. Mollo il freno a mano e inizio a spingere delicatamente sul pedale del gas.


21° Km: ecco finalmente il bivio della mezza. Siamo quasi a metà strada.
(immagine presa da podisti.net)


Un bacio al volo alle mie due donne che mi aspettano al punto stabilito poco dopo il 21°, e da qui in poi si comincia a fare sul serio, per cui saluto la compagnia e vado per la mia strada. Letteralmente: non essendoci più neanche i concorrenti della mezza, improvvisamente mi ritrovo a correre da solo.

E soprattutto da questo momento in poi inizio una serie infinita di sorpassi che continuerà fino alla fine: tra metà gara e l'arrivo supererò 166 concorrenti, e verrò superato da... uno! (ho provato ad accodarmi ma ho rinunciato quasi subito).


30° Km (più o meno): si corre da soli ora, ma per il
momento la falcata è ancora leggera (e la posa plastica).


Poco prima del 30° riattraversiamo l'Adige e inizia un tratto di circa 1 Km da percorrere nei due sensi, andata e ritorno.

All'andata non vedo passare però i pacers delle 3h15' (anche perché in realtà non esistevano…), mentre al ritorno incrocio quelli delle 3h20' sui quali ad occhio ho guadagnato meno di 500 metri di vantaggio, per cui mentalmente escludo di avere la possibilità di attaccare le 3h15'.

Continuo a spingere però, sempre in leggera progressione, cadenza/respiro diventa: inspiro 1, espiro 2, e la f.c. sale a 160 bpm (almeno credo, anche il sensore cardio sbarella…).

Si costeggia sempre l'Adige ed è un gran bell'andare.


Braccio un po' rigido, ma è sempre un gran bell'andare.


Attorno al 33°-34° Km l'andatura diventa forzata, correre ora richiede impegno e fatica e comincio ad essere un po' stanco.

Finalmente sento arrivare la mia “compagna” sofferenza, partner abituale di tante gare. La stavo aspettando, ho lavorato tre mesi per prepararmi a questo momento. Sono pronto.

L'accolgo, quasi con trepidazione. Diciamo con determinazione. Un po’ come quando arriva il tuo turno per sostenere un orale all'università.

Già, perché va bene che la prima maratona bisogna godersela, che ci saranno altre occasioni per pensare al proprio Personal Best, ecc… ecc…, ma senza un po’ di sofferenza a me non sembra nemmeno di star gareggiando. E in fondo questa è una gara, se non gareggio cosa sono venuto a fare?

Non si tratta di battere gli avversari, di lottare contro me stesso e i miei limiti fisici e interiori, o di sconfiggere il Parkinson. Si tratta semplicemente di vivere e onorare la corsa fino in fondo col massimo impegno.

Non sento però di starmi scontrando col tanto atteso “muro” (probabilmente aver risparmiato energie nella prima metà me l'ha evitato), non avverto crisi ipoglicemiche o quant'altro, si tratta piuttosto di un naturale ma deciso aumento della fatica conseguente al passare dei chilometri e al graduale incremento del ritmo.


35° Km: inizia a farsi dura. E io comincio a spingere sul serio.


È il momento di fare un check mentale. Ok sto facendo fatica. Ok sono un po’ in sofferenza. Ma niente di trascendentale, ne ho passate di peggio, e la f.c. è più o meno quella che mi aspettavo a questo punto.

Mentalmente mi sento lucido e pronto a reggere lo sforzo. Ripenso alle centinaia di chilometri accumulati in allenamento per arrivare fin qui. Rallentare non se ne parla. Per cui continuo a spingere cercando di rimanere concentrato. E inizio a contare i Km che mancano alla fine.

A preoccuparmi sono piuttosto i muscoli delle gambe che verso il 36° Km cominciano ad essere parecchio stanchi, in particolare sento crescere il dolore ai polpacci.

Il problema è che devo correre ancora per mezz'ora! Per cui mi preparo a reggere la battaglia mentale: ignorare il dolore e non smettere di spingere in avanti.

Oltretutto gli ultimi 5-6 Km sono i più impegnativi perché si gira nel centro storico, quindi sampietrini, curve secche, leggere salite e brevi discese, e ben tre diversi ponti da attraversare, compreso il ponte di pietra.


39° Km: sguardo allucinato, la sofferenza ora è tangibile ma non mollerò di un centimetro.

38° Km
Sento i polpacci sul filo del crampo, soprattutto il sinistro. Faccio attenzione a non spingere troppo nelle salite e cerco di alleggerire il passo nelle discese per scioglierli un po'.

Ho la netta sensazione che se mi fermassi o camminassi partirebbero i crampi. Continuare a correre regolare invece mi sembra la cura migliore.

Sono in affanno adesso e non vedo l'ora di arrivare. La mia andatura si fa scomposta, ma cresce dentro di me la certezza di poter continuare a spingere in questo modo fino in fondo. Ormai manca poco.


Lo sforzo è notevole ma ci sono già passato e sono in grado di sopportarlo.

40° Km
Accelero.

Voglio dare il massimo ora. Non voglio mollare nemmeno un secondo per non tornare a casa con dei rimpianti. So di poter portare questa sofferenza con me fino al traguardo. Prego solo i miei due angeli custodi che mi preservino i polpacci fino all'arrivo.

Gli ultimi 2 Km li corro a 4:23/Km. Finalmente rivedo l'arena. Comincio a circumnavigarla. Non finisce più, mi sembra di girarci attorno all'infinito…


42° Km: il giro dell'arena


Finché spunta il tappeto rosso e in lontananza l'arco del traguardo. Corro gli ultimi 100 metri fra due ali di folla che applaude, ma io non sento nulla.

Pelle d'oca. Scariche di adrenalina.

Non è possibile… È tutto vero…

Sono proprio qui e sono proprio io…

Ce l'ho fatta!






Non guardo nemmeno il cronometro. Alzo le dita al cielo per ringraziare chi mi ha assistito da lassù e poi le braccia si allargano per afferrare il più possibile queste incontenibili emozioni ed assaporarle pienamente.





Mentre taglio il traguardo, con stampato in faccia un sorriso indescrivibile, vorrei che il tempo si fermasse e questo attimo diventasse eterno.

Sono arrivato alla fine del viaggio.





Vale la pena sopportare mesi di fatiche, sacrifici e privazioni per vivere gli ultimi metri di una maratona?

Sì. Senza alcun dubbio.

Ora ne ho la certezza.






Mi fermo.  3h14'24"!  Sto fumando.

Mi sento ebbro di soddisfazione, appagato, realizzato, orgoglioso di essere diventato un maratoneta. E di averlo fatto a modo mio.

Anzi, semplicemente sono felice. Come non mi accadeva da troppo tempo.


Tornando verso l'appartamento mi sembra di camminare a un metro dal suolo, in mezzo alla gente ignara delle emozioni che sto vivendo.

È un po’ come dopo il primo bacio, quando ti sembra di avere il mondo ai tuoi piedi.

E infatti so già che non mi scorderò mai la mia prima maratona.


Grazie Verona.

Grazie a tutti.


– Fine Seconda Parte –


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