giovedì 9 novembre 2017

Rallentare

La malattia di Parkinson si manifesta in me attraverso diversi sintomi, come ad esempio la distonia di cui ho parlato in passato. L’aspetto che impatta maggiormente sulla mia qualità della vita è senza dubbio la fatica, intesa come carenza di energia, fisica e mentale.

La fatica non solo emerge nello svolgimento delle comuni mansioni quotidiane, ma limita anche la quantità – e restringe la gamma – delle attività che posso permettermi di affrontare, fino, in alcuni casi, a compromettere la mia vita sociale.

Molte operazioni richiedono uno sforzo smisurato e un tempo maggiore del necessario per essere portate a termine. Spesso arrivo a sera con le scorte di energia esaurite e la stanchezza raggiunge un livello tale da rendere difficoltoso compiere dei movimenti, parlare o interagire con gli altri.

La fatica è uno dei cosidetti “sintomi invisibili” della malattia di Parkinson, in quanto difficile da riconoscere e valutare nelle visite neurologiche ambulatoriali. Eppure molti studi hanno evidenziato la gravità di questo sintomo, tanto che nel 2004 è stato creato uno strumento per misurarla: la Parkinson Fatigue Scale (PFS-16, qui l'articolo completo, qui il modulo per l'autovalutazione).

Nel 2014, uno studio multicentrico italiano condotto su 400 pazienti ha rilevato la presenza di stress da fatica, con conseguente peggioramento della qualità della vita, in circa un terzo dei malati di Parkinson.

L’attività fisica è indubbiamente uno strumento potente per contrastare la fatica perché abbatte lo stress, abitua il corpo a muoversi e aumenta la resistenza allo sforzo fisico.

L’affaticamento cronico e le difficoltà che esso comporta però rimangono e non spariranno più. Anzi col tempo sono destinate ad aumentare.

È indispensabile pertanto rassegnarsi ad approntare un cambiamento essenziale nel proprio stile di vita: bisogna rallentare.

Rallentare nella vita di tutti i giorni per me non è facile. Anzi è difficilissimo. Sono abituato a riempire ogni attimo di vuoto delle mie giornate perché nessun minuto vada sprecato e a impegnarmi costantemente per soddisfare al meglio le aspettative degli altri, reali o immaginarie.

Ed è possibile che questa “prigione” che negli anni mi sono costruito abbia per lo meno agevolato l’insorgenza del Parkinson. In quest’ottica la comparsa della malattia rappresenta allora un monito: o si cambia o non si va più avanti.

Questa urgenza di intensificare il più possibile ogni attività che si intraprende, si riversa ovviamente anche nella corsa: paradossalmente anche quando corro, andare piano è diventata la scelta più difficile. La mia indole mi porta a spingere sempre al massimo piuttosto che trattenermi e decidere di rallentare, magari lasciandomi superare o scegliendo di rinunciare del tutto a gareggiare.

In questo modo però c'è il rischio che la corsa perda la sua preziosa funzione terapeutica e diventi controproducente. Anziché darmi energia mi stanca ulteriormente. Anziché essere una valvola di sfogo diventa l'ennesima fonte di stress.

Il mio corpo però mi ricorda costantemente che non tollera più di essere sacrificato, e che la decisione di rallentare non può più essere rimandata.

E infatti ho già cominciato – con grandissima fatica – a limitare gli impegni per alleggerire le mie giornate e avere più tempo da dedicare a me stesso.

Se sarà necessario, proverò a rallentare anche con la corsa, non tanto il volume di carico che non è elevato, quanto piuttosto l'intensità di allenamenti e gare.

Dopo la mezza maratona in programma a metà dicembre, approfittando anche del periodo di ferie natalizie, mi prenderò una pausa dalle gare e  –  ricordandomi quale deve essere lo scopo di correre una competitiva – quando riprenderò, deciderò di partecipare ad una gara solo se sentirò che correrla mi renderà felice.


Prolungare la Fase 1 con la corsa|Siamo tutti malati|La Vallazza

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