mercoledì 6 giugno 2018

Cortina-Dobbiaco sola andata

La partenza in Corso Italia

Come da programma, domenica ho realizzato il mio sogno di partecipare alla “Corsa delle Dolomiti” per antonomasia: la Cortina-Dobbiaco.

La Cortina-Dobbiaco è una gara competitiva di 30 Km su fondo sterrato che si corre ogni anno dentro il Parco Naturale delle Tre Cime, in pieno territorio dolomitico, lungo il vecchio tracciato ferroviario dismesso che un tempo univa le due località. Si sale per poco più di 300 metri fino a scollinare a Cimabanche al Km 14, e poi si ridiscende lo stesso dislivello per i restanti 16 Km.

La Cortina-Dobbiaco è una corsa stupenda – almeno due gradini al di sopra di ogni altra a cui abbia mai partecipato – di quelle che vale la pena godersele dal primo all'ultimo chilometro. Un tracciato spettacolare in mezzo ai boschi, da assaporare ad ogni passo con tutti e cinque i sensi, affiancato da corsi d'acqua e laghetti cristallini, e incorniciato dai maestosi massicci dolomitici. È in grado di infonderti pace e tranquillità, mentre i chilometri scorrono via uno dopo l'altro e ti sembra di non fare nemmeno fatica.

La Cortina-Dobbiaco è una sfida piena di insidie. Se non rimani concentrato è capace di fregarti e farti scoppiare prima del traguardo. Perché la salita non è quasi mai una “vera salita” e soprattutto la lunga discesa non è una “vera discesa”, è un falsopiano che declina dolcemente, con lunghi tratti in pari, che richiede impegno e resistenza.

La Cortina-Dobbiaco ti mette alla prova, la natura ti incanta, la sua bellezza ti distrae; e intanto lentamente ti sfianca, ti logora il fisico e consuma le tue risorse. Si corre e ci si sente bene, in pace col mondo. Ma bisogna rimanere lucidi e affrontarla col freno a mano tirato, non solo per l'intera salita, ma anche per la prima parte della discesa, almeno fino al 20° Km, superato il tratto pianeggiante che costeggia il lago di Landro.

Perché quando si scollina ci si fa prendere dall'entusiasmo, ma è ancora lunga e si hanno già 14 Km di salita nelle gambe. Se si spinge troppo si rischia di arrivare al lago di Dobbiaco già in riserva e gli ultimi chilometri diventano un calvario.

Ed è stato proprio l'errore che ho commesso io.


La preparazione


Come detto la preparazione per questa 30 Km non l'ho proprio fatta. Ma ci tenevo troppo a realizzare questo sogno e non potevo rinunciarci, ben consapevole che – non avendo potuto mettere chilometri nelle gambe – l'unico obbiettivo possibile era quello di portarla a termine correndo per l'intero percorso.

Memore dell'unica esperienza sulla distanza, per non commettere gli stessi errori ho studiato attentamente a tavolino il percorso di gara e la distribuzione dei ristori e ho redatto il solito programma orario di riscaldamento e di assunzione di integratori e medicinali. Questa volta però non terminava con la partenza dato che per le gare che sforano le due ore è richiesto il rifornimento di levodopa anche durante la corsa per avere copertura fino al termine

Il mio piano di battaglia

A parte un po' di casino con le lenti a contatto, riesco bene o male a rispettare tutti gli orari e alle nove ho già raggiunto il ritrovo per il gruppo di atleti col pettorale grigio all'ingresso dello stadio olimpico, pronti per trasferici in massa al punto di partenza.


La gara


Indubbiamente esisteranno diverse gare in giro per il mondo che possano vantare partenze in location straordinarie. Ma sfiderei chiunque a trovarne una che batta il centro storico di Cortina d'Ampezzo, lungo Corso Italia, con l'arco della partenza sistemato proprio sotto il campanile che sovrasta la piazza centrale.

La giornata è splendida. Lo sguardo si alza e può spaziare verso le vette che circondano la Conca Ampezzana. Le Tofane, il gruppo del Cristallo, la Croda da Lago. Luoghi per me familiari, teatro di tante vacanze estive. Mi tornano alla mente mille ricordi, e un po' mi emoziono al pensiero di poter finalmente correre in questi posti.

Manca ancora qualche minuto alla partenza ma già sono sparite l'ansia pre-gara e tutte le preoccupazioni della vigilia sul mio stato di forma fisica. Suonano le campane a festa, poi puntuale arriva lo sparo, e finalmente il fiume dei runners si mette in moto. Sono estasiato e in questo momento non vorrei essere in nessun altro luogo al mondo.

Diligentemente tengo fede al mio piano pre-gara e anziché preoccuparmi del cronometro, tengo d'occhio il cardio per assicurarmi che la frequenza rimanga entro i 150 battiti al minuto, senza badare agli altri concorrenti che mi superano da tutte le parti.

Mi godo questa lunga salita sterrata come raramente mi è capitato in passato. I primi tre ristori sono posti prima del 5°, del 10° e al 14° Km, li raggiungo dopo circa 25, 53 e 76 minuti e ne approfitto per idratarmi con acqua e sali ed assumere la levodopa o il gel come da programma.

Al terzo ristoro primo imprevisto: il mio ultimo mezzo sinemet si è tutto sbriciolato. Poco male, caccio tutto in bocca e ci bevo dietro due bicchieri d'acqua.

Arrivo a Cimabanche senza particolari sofferenze: battito sempre sotto controllo, nessun fastidio agli addominali (le lunghe sedute di potenziamento del core sembrano pagare i dividendi), e anche il tendine d'Achille infiammato sembra reggere.

Non mi sento per niente stanco e mentalmente faccio l'equazione: c'è la discesa = si corre più veloce, ma senza considerare che:

  1. ho già raggiunto la distanza massima percorsa in allenamento negli ultimi sei mesi; non so nemmeno se le gambe siano in grado di reggerli 30 Km;
  2. la discesa è lieve, sempre su percorso sterrato, con tratti in piano e diversi sottopassi da attraversare;
  3. ho già 14 Km e 330 m di salita nelle gambe;
  4. mancano ancora 16 Km;

Anziché continuare prudentemente a risparmiare le energie, in preda all'entusiasmo comincio a spingere con la mia consueta inguaribile sconsideratezza. Le gambe girano leggere e ora è il mio turno di superare concorrenti a fiotte. Mi assesto su un ritmo tra i 4:30 e i 4:40 min/Km e mi sembra di volare giù per il sentiero ghiaioso.

A quattro-cinque chilometri dal traguardo il mio corpo inizia a ribellarsi. Non è tanto un problema di fiato, sono le gambe che proprio non girano più. Anche il tendine comincia a farmi male ora, e in generale tutti i muscoli delle gambe – soprattutto i polpacci – si fanno sentire con un tono piuttosto incavolato.

Ci tengo però ad arrivare in fondo senza camminare, per cui stringo i denti e continuo a macinare la strada andando avanti più con la testa che altro. Finalmente supero anche il lago di Dobbiaco che sembrava non arrivasse più.

Giunti all'ultimo chilometro si torna sull'asfalto e praticamente in piano. Inizio ad avvertire qualche svarione e comincio anche a preoccuparmi un po'. Non sono più sicuro di riuscire ad arrivare al traguardo senza prima crollare a terra stremato.

Sento il corpo che comincia a cedere, le gambe non reggono più, mi fanno male i piedi e sono costretto a rallentare. Continuo a sforzarmi di oscillare le braccia come dei pendoli per aiutare il movimento delle gambe, ma ormai sono alla frutta.

Corro fra due ali di folla ma non c'è ancora nessuna traccia del traguardo. Una curva a destra, poi una a sinistra, ma quanto manca? Mi sembra di riconoscere il Grand Hotel, ma la mente è annebbiata.

Finalmente spunta l'arco d'arrivo coi tre cronometri, mi sembra un miraggio. Saluto moglie e figlia che mi incitano per gli ultimi metri (o almeno credo di averlo fatto), transito sotto il traguardo in 2 ore e 34 minuti e crollo a terra dopo pochi metri.


Dopo il traguardo


Non è andata proprio come avrei voluto. Nei miei piani sarei dovuto andare molto più lentamente, in modo da riuscire ad arrivare in fondo con ancora qualche goccia di energia in corpo. L'ultimo chilometro non ne avevo veramente più, è stata una mezza follia, non imparerò mai. Tutta colpa del mio spirito competitivo che mi spinge a dare il massimo sempre e comunque, anche quando oggettivamente non me lo posso permettere.

E così, terminata la gara, sono rimasto steso sul prato, pochi metri oltre il traguardo, con due persone che mi spingevano le gambe per scacciare i crampi ai polpacci, in attesa che qualcuno mi portasse degli zuccheri e dei sali minerali senza i quali non sarei più riuscito ad alzarmi in piedi.

Poi, a freddo, mi è tornato parecchio dolore al tendine d'Achille destro, che tutt'ora mi fa zoppicare, e sono spuntate due brutte ferite al piede sinistro che si era irrigidito negli ultimi chilometri. I muscoli delle gambe dopo tre giorni mi fanno ancora male.

Ringrazio di cuore Cinzia, una runner che, subito dopo aver tagliato il traguardo, mi ha visto steso a terra e si è fermata a darmi assistenza, senza nemmeno andare a bere, rimanendo con me per tutto il tempo necessario, finché non mi sono ripreso.

Quando finalmente riesco ad alzarmi posso andare a prendermi la mia medaglia, che custodirò gelosamente a ricordo di un'esperienza indimenticabile.


Non sarà Cortina|Un nuovo stop|Du Pas Par San Zvan

2 commenti:

Alfonso Ruocco ha detto...

Bella gara nonostante i pochi allenamenti, questo dimostra che 15 km li hai fatti con l'allenamento , gli atri con la forza di volontà e anche esperienza. Io credo che anche se riservavi un po' di energie , non cambiava tanto hai avuto coraggio e questo ti ha premiato ti auguro di preparare e di fare una bella maratona, sei stato grande.

Gio ha detto...

Grande Edo! Bellissimo però incosciente.. il prossimo anno potrebbe venirmi voglia di farla con te se non vai troppo forte ✌️