sabato 31 marzo 2018

Non è mai troppo tardi per iniziare a muoversi

Ho deciso di rispolverare questo articolo, pubblicato su Parkinson Journal un anno fa, perché lo ritengo il più significativo fra i vari studi condotti finora su pazienti parkinsoniani a sostegno dell'efficacia dell'attività fisica, e già da un po' di tempo mi ero ripromesso di dedicargli un post.

Lo studio, condotto da un team di ricercatori statunitensi guidato da Miriam R. Rafferty della Northwestern University and Rehabilitation Institute di Chicago, possiede infatti diverse caratteristiche rilevanti:

  1. Oltre a valutare le differenze sintomatologiche sulla base della quantità di attività fisica svolta, si analizzano i risultati del mantenimento o dell'aumento dell'esercizio fisico sui sintomi del Parkinson a lungo termine.

  2. Vengono esaminati gli effetti dell'attività fisica svolta nella vita reale, al di fuori delle singole sedute di esercizio confezionate ad hoc e supervisionate dai ricercatori, lasciando ai partecipanti la libertà di scegliere il tipo di attività che preferiscono.

  3. Sono state inoltre analizzate le variazioni nei parametri di riferimento a seguito di aumenti o diminuzioni dell'attività fisica settimanale media di singole unità da 30 minuti.

I dati provengono dall'Iniziativa per il Miglioramento della Qualità della Vita della National Parkinson Foundation (NPF-QII), uno studio clinico prospettico internazionale multicentrico per la cura e la ricerca che ha raccolto dati in 21 siti in Nord America, Paesi Bassi e Israele.

Sono state utilizzate informazioni fornite da 3408 partecipanti nell'arco di due anni durante almeno tre visite cliniche annuali di controllo fra cui quella iniziale e quella finale.

I dati raccolti dallo studio NPF-QII tra agosto 2009 e settembre 2015 includono informazioni demografiche, durata della malattia, stadio nella scala HY, storia familiare, profilo neuropsicologico e valutazioni cognitive, nonché dati sulla gestione farmacologica dei sintomi della malattia.

Ad ogni visita, l'attività fisica svolta viene determinata dal numero di ore di esercizio settimanale auto-riferito; la qualità della vita (health-related quality of life, HRQL) specifica di ogni paziente è misurata utilizzando il questionario della scala PDQ-39, mentre la mobilità funzionale è valutata con il test Timed Up and Go (TUG), ossia cronometrando il tempo richiesto per alzarsi da una sedia, camminare tre metri, girarsi, tornare indietro e sedersi nuovamente sulla sedia.

Dopo la visita iniziale, i partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: chi svolge esercizio regolarmente per almeno 2,5 ore alla settimana viene (inizialmente) classificato come “regular exerciser” (E), chi ne svolge meno o non ne svolge affatto viene identificato con “N”.

Siccome tra ognuna delle tre visite considerate nell'arco di due anni alcuni soggetti “N” potevano diventare “E” (o viceversa), l'analisi si è concentrata su quattro diversi gruppi: “NNN”, “NNE”, “NEE” e “EEE”.

Le 2,5 ore settimanali sono significative in quanto l'American Academy of Neurology ha recentemente aggiornato i parametri di qualità della vita per i malati di Parkinson includendo una raccomandazione sull'importanza dell'esercizio fisico regolare, definito come almeno 2,5 ore settimanali di attività fisica.

Per la seconda analisi, cioè la valutazione delle variazioni nella HRQL e nel TUG in funzione dell'incremento dell'attività fisica, si è utilizzato un range che parte da nessun esercizio svolto abitualmente fino a un massimo di 15 ore di attività a settimana. Ai fini di questa analisi sono state considerate variazioni crescenti di 30 minuti che rappresentano l'incremento minimo di esercizio clinicamente rilevante.


I Risultati


I risultati dei test su HRQL e mobilità assoluti (a sinistra), adattati in base a età alla diagnosi, durata della malattia, sesso, stadio di avanzamento e altre patologie (al centro), e variazioni rispetto alla prima visita (a destra).

I risultati ottenuti dalle analisi statistiche indicano che i “sedentari incalliti” (NNN) hanno HRQL e mobilità funzionale peggiori di ciascuno degli altri tre gruppi ad ogni visita. Mantenere un'attività fisica regolare almeno 2,5 ore a settimana (EEE) e diventare fisicamente attivi dopo la visita iniziale (NEE) è stato associato a minori decrementi in HRQL e mobilità funzionale dopo due anni rispetto al primo gruppo. I partecipanti che sono diventati regular exercisers più tardi, dopo la loro seconda visita (NNE), non hanno invece mostrato progressi significativi rispetto ai sedentari.

Per quanto riguarda invece la quantificazione delle variazioni associate a incrementi di esercizio nel tempo, in tutti i partecipanti un aumento di 30 minuti di attività fisica alla settimana è stato associato a un punteggio PDQ-39 migliore di 0,16 punti all'anno e a 0,04 secondi nelle prestazioni TUG all'anno.

Un'analisi secondaria ha confrontato i risultati tra gruppi di pazienti a diversi stadi di avanzamento della malattia, per valutare se l'impatto dell'esercizio differiva nelle persone con Parkinson moderato (stadio 3) e avanzato (stadio HY 4-5), rispetto al gruppo di riferimento con sintomi più lievi (stadio 1-2).

Il beneficio scaturito dall'attività fisica sulla HRQL, associato a incrementi di 30 minuti di allenamento a settimana, è risultato inaspettatamente maggiore negli stadi avanzati (-0,41 punti) rispetto al Parkinson lieve (-0,14 punti).

In conclusione l'esercizio fisico regolare è risultato fonte di piccoli ma significativi effetti positivi su HRQL e mobilità nell'arco di due anni e, sebbene questo studio non abbia determinato quale tipo di esercizio sia il migliore, suggerisce che qualsiasi tipo di attività eseguita per almeno 150 minuti a settimana è meglio che non esercitarsi affatto.

I maggiori effetti osservati sugli stadi avanzati supportano inoltre la necessità di ampliare l'incentivazione e le facilitazioni a svolgere esercizio fisico in queste fasi della malattia.

Da un lato andrebbero sviluppate nuove strategie per rendere l'attività fisica più accessibile alle persone con disabilità più gravi, in quanto i problemi di mobilità limitano la partecipazione autonoma ai programmi di esercizi di gruppo.

Dall'altro lato anche i medici dovrebbero incoraggiare, facilitare e monitorare la partecipazione ad attività fisiche a lungo termine in tutte le fasi della malattia.

Le persone affette dalla malattia di Parkinson dovrebbero sentirsi in grado di trovare il tipo di esercizio di cui godono, anche quelli con sintomi più avanzati”, ha osservato il dottor Rafferty.

La parte più importante dello studio”, sempre secondo il dott. Rafferty, “è che suggerisce che anche le persone che attualmente non stanno raggiungendo i livelli raccomandati di esercizio potrebbero iniziare a muoversi oggi per ridurre il calo della qualità della vita e della mobilità che accompagnano il progredire della malattia.

Non è mai troppo tardi per iniziare!

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