martedì 14 novembre 2017

Evidenze scientifiche (seconda parte)

Continuo la rassegna dei principali articoli scientifici a supporto della tesi sull'effetto benefico dell'attività fisica intensiva nel contrastare i sintomi della malattia di Parkinson.

Qui la prima parte dell'analisi.

Dopo aver esaminato gli studi riguardanti modelli animali, ho raccolto un nuovo elenco  – imcompleto – di articoli riguardanti test clinici eseguiti con pazienti parkinsoniani utilizzando diversi protocolli di riabilitazione intensiva. Gli autori discutono gli effetti ottenuti con programmi di esercizio ad intensità e durate variabili sulle performance motorie e sulla progressione della malattia.

Nonostante le differenze nei piani di allenamento utilizzati, tutti questi studi adottano un programma generale che prevede da una a tre ore di esercizio settimanale.

L'intensità del trattamento dipende dalla frequenza e dalla durata di ogni seduta, dal numero di ripetizioni e dalla complessità dell'esercizio.

Un trattamento è generalmente considerato intensivo quando coinvolge almeno due ore di esercizio fisico per settimana, e si protrae per almeno sei settimane.

Riporto la lista delle pubblicazioni esaminate e di seguito le principali conclusioni ottenute dagli autori dopo i test clinici e l'analisi dei dati:


Questi gli effetti osservati sui pazienti al termine del trattamento riabilitativo che ritengo più significativi:

  • Incremento nel punteggio nella UPDRS alla fine della riabilitazione, con conseguente riduzione del dosaggio della levodopa.
  • Progressi anche in un'altra scala valutativa, la PDQ 39 (per il rilevamento della qualità della vita).
  • Osservati miglioramenti nell'andatura, sia nella valutazione dei parametri spaziotemporali, che nella cinematica e nei test “da seduto a in piedi”.
  • Miglioramenti generali nei test di camminata ed equilibrio, migliore economicità di corsa e camminata, che risultano quindi più naturali e meno dispendiose. Il miglioramento è più significativo nei pazienti che hanno subito un trattamento di tipo aerobico.
  • I pazienti sottoposti a trattamento ad alta intensità hanno mostrato un significativo incremento delle performance motorie, valutabile da un aumento del consumo di energia nel test di camminata dei 6 minuti.
  • Significativi effetti positivi sulla mobilità – in particolare su equilibrio, forza e andatura, anche nei pazienti in stadi avanzati della malattia – sembrano essere legati ad un aumento della neuroplasticità, favorito dall'esercizio ad alta intensità.
  • Alcuni studi hanno anche mostrato che i miglioramenti dopo la riabilitazione persistono nel medio termine.

Ho speso tempo ed energie in questa analisi perché ho ritenuto importante ricercare un'oggettività sperimentale che confermasse le conclusioni a cui sono giunto con la mia esperienza personale.

Le sensazioni di benessere che si provano ovviamente non hanno bisogno di riscontri scientifici. Sono però per me estremamente utili le valutazioni sui benefici anche dell'attività fisica prolungata di tipo aerobico, quella che stanca di più per intenderci.

Giusto per avere una conferma che la sensazione di fatica non è necessariamente negativa se – come visto – porta ad un miglioramento della qualità della vita.

Evidenze scientifiche|Il caso del parkinsoniano ultramaratoneta|Dopaminoagonista

Nessun commento: